Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Intervista ad Anna Casassas

(di Vincenzo Barca)

Vincenzo Barca dialoga con Anna Casassas, traduttrice catalana di autori quali Baricco, Camilleri, Eco, Erri de Luca, Magris e Pontiggia.

Come ti sei avvicinata al mondo della traduzione letteraria? E come è nato il tuo interesse per la letteratura italiana?

Fin da piccola mi è sempre piaciuto scrivere, ma non ho mai sentito la necessità di scrivere delle storie “mie”. Quindi mi sembrava logico scrivere le storie degli altri… ma non avevo mai pensato di poter diventare una traduttrice. Ho cominciato a lavorare come avvocato e a scrivere lunghi discorsi per difendere i miei clienti. Questo mestiere, però, non mi piaceva affatto. E un giorno lo lasciai e cominciai prima a correggere bozze di romanzi e poi addirittura a tradurre (sempre e soltanto letteratura, perché solo così riesco ad assaporare il piacere della scrittura).
Il primo autore che, da adolescente, lessi in italiano, quando cominciavo a imparare la lingua, fu Dino Buzzati, e ne rimasi affascinata. Dopo ci fu Massimo Bontempelli, e così, uno dopo l’altro, la curiosità di conoscere gli autori che scrivono in questa bella lingua, che seduce chiunque, non si è mai spenta, anche se ho un debole per gli autori siciliani e napoletani, forse perché, storicamente, mi sono più vicini.

Hai seguito una formazione particolare per diventare traduttrice letteraria? Ci racconti come hai esordito?

Come ho detto prima, il mio primo vero mestiere è stato l’avvocato, dopo gli studi di giurisprudenza all’Università.
Credo poter dire che quello che mi ha permesso di diventare traduttrice letteraria è stata la passione per la lettura, che mi ha accompagnato per tutta la vita, e la passione per le parole, che credo venga già da mio padre, chimico e poeta, che, in ogni occasione, ci recitava poesie classiche e moderne per dirci tutto quello che i padri vogliono trasmettere ai figli.
Quando parlo di lettura mi riferisco anzitutto a quella degli autori di tutti i tempi nella mia lingua, il che mi ha permesso di avere delle risorse molto varie.
Probabilmente la scuola che ho frequentato da giovane, dove la nostra lingua catalana era particolarmente valorizzata, ha avuto un peso nella mia scelta professionale, poiché tra i miei compagni di classe siamo in parecchi a dedicarci a mestieri che riguardano il mondo della cultura e del libro.

Quando cominciai a lavorare come correttrice, dopo qualche mese mi diedero da correggere un libro tradotto dall’italiano con parecchi errori, con la pretesa che io potessi “salvarlo”. A questo punto presi il coraggio a due mani e dissi all’editore che sarebbe stato meglio affidarmi direttamente la traduzione invece di chiedermi di fare dei rattoppi così brutti. Dopo quel giorno di tanti anni fa non ho smesso più di tradurre un libro dopo l’altro e ho già oltrepassato il centinaio, tra titoli italiani e francesi.

Qual è la percentuale di libri tradotti (fiction) in Catalogna ogni anno? Quanti titoli italiani grosso modo si traducono? Quali sono gli  autori italiani di maggiore successo?

Non saprei dirvi quanti libri si traducono, ma posso affermare che il mercato catalano è molto attivo e che gli autori italiani sono “di moda” e che da qualche anno se ne traducono molti di più.
L’autore più noto di tutti è sicuramente Umberto Eco, anche per la statura del personaggio, che va oltre i suoi libri.
Quando fu pubblicato La solitudine dei numeri primi, Paolo Giordano ebbe un grande successo.
Ma quelli che hanno i lettori più numerosi e fedeli sono, senza dubbio, Erri de Luca e Andrea Camilleri.
E, tra i lettori più attenti, probabilmente sarebbero da segnalare Pier Paolo Pasolini e Claudio Magris.

Qual è lo statuto economico e sociale del traduttore in Catalogna? Quali cose andrebbero migliorate?

Economicamente, il mestiere di traduttore letterario non ha mai arricchito nessuno, questo si sa. In Catalogna forse è un po’ più rispettato che in Italia o in Spagna (il che si può vedere, spesso, dalle critiche dei giornali o dal nome sulle copertine dei libri), ma questo si riflette pochissimo sulle tariffe, che comunque sono sempre quasi la metà di quelle francesi o tedesche.
Per di più, con quella che i poteri economici continuano subdolamente a chiamare “crisi”, i datori di lavoro riducono ancora di più i diritti di tutti noi.
Nell’ambito delle tutele sociali è ancora peggio. I traduttori, nella loro condizione di lavoratori autonomi, non hanno diritto al sussidio di disoccupazione. I loro guadagni sono soggetti, sempre per legge, a ritenute fiscali molto più alte delle tasse che dovrebbero pagare. Per la sanità pubblica devono versare un’imposta fissa che non tiene alcun conto delle loro effettive entrate, e questo, insieme alla disoccupazione, che attualmente colpisce molti traduttori, credo sia uno dei problemi più urgenti da risolvere. Oltre al discorso sulle tariffe, naturalmente.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 ottobre 2012 da in L'intervista, Numero 2.

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