Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Un orecchio molto attento

(a cura di Barbara Ronca)

intervista a Paolo Cesari redattore, traduttore e ufficio stampa della casa editrice Orecchio Acerbo.

Da una prima occhiata al vostro sito internet, risulta subito evidente l’importanza che Orecchio Acerbo Editore attribuisce ai professionisti con cui collabora. Illustratori e traduttori, infatti, sono registrati nella sezione “Autori”. Potreste spiegarci quando e perché avete adottato questa filosofia (in controtendenza tra l’altro rispetto a molte altre case editrici, che “dimenticano” di fornire queste informazioni anche laddove sarebbe opportuno)?

Sì, in effetti siamo convinti che paternità e maternità di un libro siano molteplici. Nel nostro caso poi, pubblicando esclusivamente albi illustrati, è scontato che autori e autrici delle immagini abbiano stessa dignità degli autori e delle autrici dei testi. Forse meno scontato, ma per noi altrettanto significativo, che analogo riconoscimento venga dato a chi volge in italiano testi originariamente scritti in altre lingue. Scelte che ci hanno accompagnato, con naturalezza, sin dalla pubblicazione del primo libro. Sempre, infatti, il nome di chi ha tradotto compare nel frontespizio, non di rado anche in copertina.

A volte avete trattato temi forti con grande delicatezza, aiutandovi con un linguaggio (soprattutto visivo) che sfiora il surreale e il grottesco. Qual è, in poche parole, la filosofia che anima la vostra casa editrice?

Ecco, i temi. Molti pensano che siano questi a dover determinare le scelte editoriali. Sarebbe ridicolo sminuirne l’importanza, tuttavia per le nostre scelte fondamentali, decisivi sono sempre stati il modo, la forma con i quali venivano trattati. Nel testo come nelle immagini, senza differenza alcuna. Cercando sempre di evitare i luoghi comuni. E il sorriso – in tutte le possibili declinazioni, dall’ironia al sarcasmo – è uno straordinario antidoto contro gli stereotipi. Poi, e questo è uno dei pochi principi ai quali costantemente proviamo a restare fedeli, siamo convinti che le domande siano più importanti, e interessanti, delle risposte.

La vostra casa editrice conta diverse collane, che affiancano tutte testi e illustrazioni. Considerando anche la formazione dei fondatori di Orecchio Acerbo (che arrivano all’editoria dal mondo della grafica) si può dire che la componente visiva sia preponderante rispetto a quella narrativa o si tratta di elementi inscindibili?

Di fatto, con l’eccezione di Lampi Ligth, non abbiamo collane. Forse l’idea della molteplicità è data dalla varietà dei formati e anche degli allestimenti. E questa varietà rispecchia una convinzione ben radicata. Proprio come ciascuno di noi, ogni libro ha una propria indole, un proprio carattere assolutamente personali, e quello che cerchiamo di fare è di sottolineare, esaltare questa individualità. Trattandosi di albi illustrati, grande evidentemente è il ruolo dell’immagine. Ma un libro è effettivamente riuscito quando sa far dialogare testo e immagini, quando il gioco di rimandi non è semplicemente descrittivo ma aggiunge senso, interpretazione, racconto. E in tutto questo importanza non secondaria assume anche la grafica, l’impaginazione.

Quali sono i criteri che guidano le vostre scelte editoriali? Sono sempre gli stessi o variano in base all’età del lettore di riferimento?

Spesso in imbarazzo di fronte a questa e analoghe domande, anni fa abbiamo deciso di condensare in un “bugiardino” simile a quello che accompagna i medicinali le poche idee alle quali facciamo riferimento per le nostre scelte. E queste due voci forse possono rispondere alla domanda:

Categoria farmaceutica. Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi.

Indicazioni terapeutiche. Stati di grave bulimia televisiva. Sindrome acuta di insufficienza immaginatoria. Distonia o rimbecillimento da abuso di videogiochi. Irritazioni cellulari da SMS. Coaudiuvante nel trattamento delle dipendenze da psicofamiliari (anfemammine, erononnine, coccaziine ecc.). Intolleranze alimentate (razziali, politiche, religiose ecc.). Elettroencefalodramma da iperattività. Squilibri emotivi connessi a stress per mancanza di mancanze. Stati apatici da eccesso di conformismo. Danni nel campo visivo. Abbassamento della soglia di solidarietà.

Nel vostro catalogo è presente anche un classico per ragazzi come “Alice nel paese delle meraviglie”. Perché secondo voi è necessario ritradurre un testo già tradotto molte volte e perché è necessario (o forse indispensabile) riproporre testi scritti quando il mondo era un po’ diverso da quello di oggi?

I classici tali sono perché trascendono il tempo nel quale sono stati scritti. Quando si decide di riproporli è perché si pensa possano essere utili qui e ora. E accade che traduzioni, anche ottime, risentano invece, nella forma, del tempo nel quale sono state fatte. Di qui la necessità di confrontarsi nuovamente con l’originale, sottolinearne l’attualità, e magari interrogarlo ancora una volta. In qualche modo c’è un’analogia tra traduzione e illustrazione, e il caso di Alice è emblematico. Al testo di Carroll si sono affiancate nel corso degli anni le immagini degli artisti più straordinari, mai tuttavia esaustive, definitive. E la stessa cosa è accaduto per le traduzioni. E non è difficile immaginare che si tratti di un processo praticamente senza fine.

Da anni l’AIE riporta che il settore editoriale italiano che più esporta è quello dei libri per ragazzi. E libri di Orecchio Acerbo nati in italiano con quale frequenza trovano la via per l’estero? Qual è la collana (e quindi la fascia d’età) più coinvolta nel processo e quali mercati sono più interessati ai vostri libri? Nella scelta dei testi da pubblicare in Italiano, tenete conto anche della loro “esportabilità”?

Per tutti, ma per le piccole case editrici in particolare, importantissimo è l’interesse degli editori degli altri paesi. Rappresenta, contemporaneamente e forse con la stessa importanza, sia il riconoscimento delle scelte culturali sia un rilevante sostegno economico. Del tutto naturale, quindi, che l’aspetto internazionale sia costantemente presente nelle decisioni. Della dozzina di libri che mandiamo in libreria ogni anno, due, tre sono quelli che raggiungono gli scaffali di altri paesi, Francia, Spagna, Germania soprattutto. Non ci pare ci sia una fascia d’età privilegiata, d’altra parte noi stessi facciamo fatica a definirle, e neppure temi. I nostri tre libri più tradotti sono abbastanza diversi tra loro. Il primo L’autobus di Rosa è la storia di Rosa Parks raccontata nel testo e nelle immagini da due autori italiani, adatta sia per i bambini sia per i ragazzi più grandi. Il secondo, 1989. Dieci storie per attraversare i muri, pubblicato in occasione dell’anniversario della caduta del Muro di Berlino, con testi di scrittori di dieci paesi europei e i disegni di un autore tedesco, è anch’esso rivolto a lettori di varia età. Forse ai più piccoli è rivolto Il libro sbilenco, il capolavoro di Peter Newell pubblicato per la prima volta oltre cento anni fa, e che abbiamo riproposto con un interesse internazionale sorprendente.

Nel 2011 Orecchio Acerbo ha compiuto 10 anni. Come sono cambiati i lettori in questo lasso di tempo, se sono cambiati? E quali mutamenti avete avuto modo di osservare nel mercato e nel mondo editoriale in genere, complice anche la crisi?

A noi pare che, nel corso degli anni, la curiosità e l’interesse dei lettori per proposte meno tradizionali sia aumentata. Quando cominciammo le pubblicazioni, nel mondo editoriale l’attenzione per l’albo illustrato era davvero poca cosa, nemmeno lontanamente paragonabile a quella esistente in Francia. Lentamente, ma in modo non irrilevante le cose sono cambiate.

Sono nate nuove case editrici per le quali la qualità non è un accessorio, e anche i grandi editori, una volta dissodato il terreno, hanno cominciato a praticarlo. In tutto questo, un ruolo non secondario lo ha avuto la graphic novel. Insomma, cambiamenti positivi, che per noi però hanno significato anche un aumento della concorrenza, al quale si sono poi sommati gli effetti della crisi. Crisi che non significa solo minor disponibilità economica delle persone, ma concentrazione della distribuzione, chiusura delle piccole librerie – spesso quelle indipendenti -, minor disponibilità a tenere i libri sugli scaffali. Elementi tutti che moltiplicano le difficoltà di case editrici come la nostra.

Quali sono i criteri di selezione con cui scegliete i traduttori di Orecchio Acerbo? Quali doti sono indispensabili per tradurre libri per ragazzi in cui il testo sia strettamente legato all’immagine?

Come per gran parte degli altri autori, anche ai traduttori ci lega un rapporto che va al di là della professione. Le scelte iniziali sono state frutto di relazioni, rapporti, diretti e indiretti. Insomma le capacità professionali in qualche modo dovevano sposarsi ad affinità culturali, a una condivisione dei contenuti editoriali. Primo fra tutti, l’assenza di fratture tra letteratura per ragazzi e letteratura per adulti. Si è così formato un piccolo gruppo, costante nel tempo, con il quale il rapporto si è via via affinato. E le nuove collaborazioni – poche, come pochi sono i libri che pubblichiamo – non sono scaturite da selezioni o prove di traduzione, quanto da proposte di libri da pubblicare, libri dei quali si presentava anche la versione italiana. Una specificità nella traduzione di testi accompagnati dalle immagini? Forse la grande attenzione a rispecchiare l’intento originale degli autori, quello cioè di evitare ripetizioni, ridondanze tra testo e illustrazioni.

In una recente intervista Simone Tonucci, direttore commerciale nonché fondatore della casa editrice insieme al direttore editoriale Fausta Orecchio, ha dichiarato: “Cerchiamo di coinvolgere autori che non siano per forza già incasellati nel mondo dell’editoria per ragazzi. Ci piace mischiare le carte, lavorando con artisti provenienti da esperienze diverse”. Questo discorso – nel caso specifico riguardante illustratori e scrittori – vale anche per i traduttori?

Certo che sì. Soprattutto se, come si accennava prima, la nuova collaborazione suggerisce e amplia nuovi orizzonti.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 marzo 2013 da in L'intervista, Numero 4, Qualcosa del genere.

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