Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Intervista a Sahar Delijani

(a cura di Federica Aceto)

Sahar Delijani è nata in Iran, ha studiato in America e ora vive in Italia.

Il suo primo libro, Children of the Jacaranda Tree, è stato salutato come un caso letterario in tutto il mondo e verrà tradotto in quasi 30 lingue. Io ho avuto l’onore di tradurre l’edizione italiana, L’albero dei fiori viola, edito da Rizzoli e il piacere di intervistare Sahar Delijani per Strade Magazine.

Tu parli perfettamente almeno tre lingue – il farsi, l’inglese e l’italiano. Pensi che l’inglese in cui scrivi sia in qualche modo attraversato anche da queste altre due lingue?

 

Sì, sicuramente. Io penso in tutte le lingue che conosco, a volte per un oggetto specifico mi viene una parola in una lingua e non in un’altra e devo cercare di ricordarmi come si chiama. E poi, la lingua non è fatta solo dalle parole, è fatta anche da pensieri, sensazioni, tradizioni, pregiudizi e tant’altro. Quindi la mia lingua inglese quando scrivo è un collage di tutto quello che attraversa la mia mente, che è spesso anche in altre lingue.

 

Il tuo libro Children of the Jacaranda Tree sarà tradotto in oltre 20 lingue. Sei in contatto con i traduttori? Ti scrivono per chiederti delucidazioni o il parere su alcune loro scelte?

Con alcuni sì. Mi chiedono soprattutto delle precisazioni.

 

Children of the Jacaranda Tree è uscito prima in traduzione italiana. Che effetto ti fa dover parlare per la prima volta del tuo primo libro in una lingua che non è quella in cui è stato scritto?

All’inizio era un po’ strano. Mi sono resa conto che mi mancavano le parole per esprimere esattamente quello che avevo in testa. Quindi mi sono messa un po’ a studiare, per precisare le parole-chiave a proposito del tema del libro, le parole che mi potevano aiutare a esprimermi meglio.

 

Il titolo italiano, L’albero dei fiori viola, è leggermente diverso da quello inglese, ma mi pare che nelle altre versioni uscirà con titoli più vicini all’originale. Tu hai partecipato alla scelta di questo titolo o sai perché è scomparsa la parola “jacaranda”?

Sì, mi hanno chiesto un parere su questo titolo e devo dire che mi è piaciuto subito. La jacaranda non è un albero molto conosciuto in Italia e il titolo originale tradotto in italiano non aveva lo stesso ritmo e leggerezza.

Tradurre è anche un atto politico, perché è la scelta di far conoscere in un determinato paese culture e idee a volte anche molto distanti. Tu sai quanta e che genere di letteratura straniera viene tradotta in Iran oggi?

In Iran si traduce tantissimo. Dalla letteratura francese a quella italiana, spagnola e americana. Ma il problema è che tante volte queste traduzioni vengono censurate. A volte mancano interi pezzi di storia.

Quali autori letti in traduzione (e quindi in inglese, in farsi o in italiano) secondo te hanno avuto un’influenza sulla tua scrittura?

Milan Kundera, Elfriede Jelinek e Herta Muller.

 

Quali autori iraniani del passato o del presente non ancora tradotti nel nostro paese ti piacerebbe vedere in versione italiana?

Soprattutto poeti. Mi piacerebbe vedere le poesie di Shamlou o quelle di Forugh Farrokhzad in italiano.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 luglio 2013 da in Categoria, L'intervista, Numero 5.

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