Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Catherine Dunne e il premio Giovanni Boccaccio

(di Ada Arduini)

Le piccole-grandissime gioie del dietro le quinte. Che accade se il tuo autore si ricorda che esisti.

Quando ho saputo che Catherine Dunne aveva deciso di donare il 25% del suo premio Giovanni Boccaccio 2013 per la letteratura straniera alla traduttrice di Quel che ora sappiamo, cioè a me, ero in mezzo alle colline della Sabina, partecipavo come interprete a un summer camp per operatori culturali indipendenti europei e, tra un workshop sulla creatività e un laboratorio su come si fanno le fettuccine (che ha mandato in visibilio i partecipanti finlandesi), ero riuscita per puro caso a collegarmi a internet e a scaricare la posta. Con un’e-mail, poi cortesemente seguita da una telefonata, Catherine mi avvertiva di avere preso questa decisione ispirandosi agli irlandesi IMPAC Awards, in cui al traduttore spetta il 25% del premio all’eventuale vincitore straniero.

Sono rimasta senza parole.

Sapevo che pochi fortunati e prestigiosi traduttori italiani avevano goduto di un privilegio simile lavorando su e con autori che hanno riconosciuto l’importanza del loro contributo insistendo per far loro avere delle royalties (pratica quasi del tutto sconosciuta in Italia e molto più diffusa all’estero) o condividendone gli onori in maniera più consistente e visibile di quanto non sia abituale qui in Italia. Ma non avrei mai pensato che sarebbe successo anche a me.

Il fatto è che noi traduttori siamo talmente assuefatti a stare dietro le quinte che la prima chiamata alla ribalta ci sembra rivolta a qualcun altro. Per acquisire una consapevolezza autentica e completa del valore di quello che facciamo è necessario che al traduttore sia restituito un ruolo che oggi viene semplicemente omesso, sorvolato o stampato a caratteri minuscoli, paradossalmente a volte anche dagli stessi editori. Un ruolo che oggi molti traduttori italiani trovano l’energia di rivendicare per sé, anche con la fatica e le responsabilità che questo comporta, grazie al loro rispetto per l’etica del lavoro e al loro rigore: organizzando e partecipando spesso gratuitamente a seminari, convegni e presentazioni, animando blog e riviste online, costruendo imprescindibili reti di solidarietà e autoaggiornamento, dando vita a realtà sindacali come STRADE. Oggi quella dei traduttori letterari italiani è una comunità forte, solidale e consapevole di cui sono felice di far parte, che alla notizia del premio mi ha travolto di generose congratulazioni e complimenti e che ora ha davanti un compito gravoso. Ma io credo che qualcosa piano piano stia davvero cambiando.

Dopo qualche altra esperienza con scrittori irlandesi (Colm Tóibín, con cui però non ho mai avuto contatti, e Maeve Brennan, che in Italia è stata pubblicata postuma), ho iniziato a tradurre Catherine Dunne per Guanda nel 2009 e ho subito sentito una grossa responsabilità sapendo che è una scrittrice molto amata e venduta. Abbiamo avuto qualche scambio via e-mail riguardo ad alcune soluzioni per il testo, e mi ha subito molto colpito il suo tono di rispetto e considerazione, nonostante non ci fossimo mai incontrate. Ho anche molto apprezzato il modo con cui si è sempre messa in contatto con me direttamente, senza utilizzare il filtro della casa editrice, facendomi davvero sentire una professionista al suo stesso livello. Poi, quando ci siamo conosciute di persona, ho avuto la conferma che è una scrittrice che conosce bene la fatica di questo lavoro, che la vive ogni giorno e la affronta con la serietà che merita: ho visto la sua disponibilità nei confronti dei lettori (che a volte le confidano a cuore aperto problemi anche molto personali), la cortesia con cui li ascolta e la schiettezza con cui sa parlare di letteratura e altro in maniera semplice, comprensibile e tuttavia mai banale. Nonostante il nostro sia un rapporto professionale, credo di sentirmi in sintonia con il suo modo di vivere la scrittura come un artigianato duro ma di grande soddisfazione, un modo che è in un certo senso attaccato alla terra e non ha bisogno di grandi voli pindarici per trovare una sua ricca dimensione interiore.

La ringrazio quindi perché con la semplicità che la contraddistingue ha saputo riportare in primo piano una questione annosa ma quasi lapalissiana su cui tanti traduttori, e forse anch’io per prima, non hanno più l’energia di spendersi, ottenebrati come tutti i lavoratori dell’industria culturale italiana dal pensiero delle scadenze, dei pagamenti che tardano, del sovrapporsi degli incarichi necessari a portare a casa uno stipendio minimo, dell’incombere dell’aumento delle tasse. Come mi ha scritto in una sua mail, “natural justice demands recognition and proper pay and conditions for all who work in the field”. E giustizia naturale vuole che questo premio sia un riconoscimento anche al contributo delle mie colleghe Eva Kampmann, Paola Mazzarelli, Liuba Scudieri e Giuliana Zeuli, che hanno tradotto Catherine per Guanda fino al 2009, e ovviamente al lavoro invisibile di tutti noi traduttori.

2 commenti su “Catherine Dunne e il premio Giovanni Boccaccio

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Questa voce è stata pubblicata il 14 novembre 2013 da in Categoria, Numero 6.

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