Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Mantova. La zucca è buona, ma il Festivaletteratura di più

(di Laura Cangemi)

Breve storia di un’idea che ha fatto scuola.


In un articolo pubblicato sul Messaggero del 13 settembre 1997, Andrea Camilleri scriveva: “Ancor prima che il Festivaletteratura si aprisse, oltre il 50% dei biglietti era stato venduto. Già, perché per partecipare a questi ‘eventi’ si paga. Non molto, ma si paga.[…] E allora, come si spiega tutto questo? Azzardo una risposta in due tempi. Uno: c’è fame, vera e propria fame, di conoscenza e di cultura. Cerchino di capirlo, i politici. Due: la vera, inesplorata, ricchissima riserva di vitalità, di curiosità, di voglia di fare, di conoscersi, di dare e di ricevere, oggi è da cercarsi solo nella troppo a lungo sottovalutata provincia italiana.”

In poche righe, Camilleri aveva saputo cogliere la novità del festival, momento di incontro tra lettori e autori reso possibile dalla conformazione stessa di Mantova e dall’entusiasmo con cui i suoi abitanti avevano accolto la proposta lanciata pochi mesi prima da un manipolo di persone stanche di abitare nella “Bella addormentata” della pianura padana.

Da allora sono passati diciassette anni e il festival è cresciuto come numeri (dai 107 eventi della prima edizione siamo arrivati ai 238 del 2013, anno del record di presenze con 64 mila biglietti staccati e 48 mila spettatori agli eventi gratuiti), ma è riuscito a mantenere invariate le sue caratteristiche fondamentali. La prima è quella del legame strettissimo con la città: i luoghi del festival sono le sue piazze, i suoi palazzi, i suoi giardini, e metà dei 700 volontari che ogni anno rendono possibile la realizzazione del festival risiede a Mantova o nella provincia. La seconda è la qualità dell’offerta (non necessariamente proporzionale alla notorietà degli autori invitati): dagli eventi per i piccolissimi a quelli apparentemente riservati a un’élite (come gli incontri sui classici), il livello degli autori è sempre molto alto. La terza è la durata, uguale a quella della prima edizione: quattro giorni e mezzo zeppi di eventi, con il risultato che spesso chi non trova il biglietto per andare a sentire un autore che già conosceva ne scopre un altro di cui non sapeva niente.

Una quarta caratteristica del festival, anch’essa rimasta invariata nel tempo, è la forte matrice internazionale dovuta alla partecipazione di scrittori e ospiti provenienti da tutti i continenti e le aree linguistiche del mondo.

La massiccia presenza di autori stranieri al festival rende necessario, naturalmente, il ricorso a un nutrito drappello di interpreti. Se infatti da qualche anno si è deciso di organizzare alcuni eventi in lingua originale, per tutti gli altri (nel 2013, ben 90) l’autore e il suo interlocutore vengono affiancati da interpreti professionisti che lavorano in consecutiva per rendere possibile la comunicazione tra le persone sul palco e il pubblico. È così che ogni anno, come coordinatrice dei servizi linguistici, oltre ai colleghi che lavorano con le combinazioni “classiche” (inglese, francese, spagnolo, tedesco), mi metto alla ricerca di interpreti di lingue che vanno dall’islandese all’ebraico, dall’ungherese al catalano, dal coreano all’arabo, dal russo al turco. Grazie al passaparola e alla rete ormai molto estesa di collaborazioni in tutti i paesi, quasi sempre riusciamo a permettere agli autori di esprimersi nella loro lingua madre, esperienza molto apprezzata anche dal pubblico.

La particolare attenzione alla realtà letteraria e culturale europea  s’incarna soprattutto in due progetti, Scritture Giovani e Vocabolario europeo, avviati rispettivamente nel 2002  e nel 2008.

Il primo, organizzato in collaborazione con il festival di Hay-on-Wye e quello di Berlino,  vede ogni anno la partecipazione di quattro autori sotto i 31 anni provenienti dal Galles, dalla Germania, dall’Italia e da un quarto paese ospite a rotazione. I racconti scritti per l’occasione, ispirati a un tema che varia di anno in anno (nel 2013, “Jerusalem”), sono pubblicati da Festivaletteratura. Ciascun racconto è tradotto nelle altre lingue e la raccolta stampata viene distribuita in occasione degli eventi dedicati al progetto che si svolgono nei tre festival. Nell’apposita sezione del sito di Festivaletteratura (http://www.scritturegiovani.it/raccolte-incontri.php) è possibile scaricare tutti i testi e le relative traduzioni incrociate dal 2002 a oggi.

Il secondo è un progetto il cui spirito è ben riassunto dall’incipit dell’introduzione all’edizione di quest’anno, firmata da Giuseppe Antonelli: “«Non chiederci la parola», scriveva Montale. Noi invece, lo abbiamo fatto. Negli ultimi sei anni abbiamo chiesto a settantotto scrittori di ventinove lingue diverse di indicarci una parola che per loro fosse particolarmente significativa. Roba da dare i numeri: 53 provengono da 17 delle 24 lingue ufficiali dell’Unione Europea (l’ultima ad aggiungersi è stata il finlandese); 7 da 6 lingue regionali o minoritarie dell’Unione (come il basco o il catalano per la Spagna; l’irlandese o il gallese per la Gran Bretagna; il sardo e il siciliano per l’Italia); 8 da 6 lingue di paesi che dell’Unione non fanno parte (dal turco al russo, dall’islandese al serbo). È così che è nato, e sta crescendo, il nostro Vocabolario europeo: un Vocabolario tutto particolare, che invece di spiegare le parole le racconta.” Anche le definizioni delle parole scelte dagli autori vengono naturalmente tradotte in italiano, e da quest’anno si possono leggere tutte nella sezione del sito riservata al Vocabolario europeo: http://www.festivaletteratura.it/europeo_intro.php.

La traduzione letteraria è stata oggetto, nel 2002, di un evento intitolato “Autoritratto allo specchio: traduzione e traduttori oggi”, con Yasmina Melaouah, Tim Parks, Luca Scarlini e la sottoscritta, ma è con l’edizione 2011 che viene lanciata la formula del “translation slam”, particolarmente apprezzata dal pubblico dei profani. Il nome è mutuato dagli ormai molto popolari “poetry slam” ma il merito di aver applicato la formula all’arte della traduzione spetta al Blue Metropolis Montreal International Literary Festival, che dalla sua prima edizione del 1999 mette in campo un autore e due traduttori che hanno avuto qualche giorno di tempo per tradurre un breve testo inedito (una poesia, un passo di un romanzo, una serie di battute di una pièce teatrale) e ne discutono tra loro e con la platea, la quale alla fine decreta il vincitore della tenzone. Al festival se ne sono ormai svolti sei, tutti seguiti con attenzione e apprezzamento dagli ascoltatori, che spesso continuano a fare domande anche oltre il tempo stabilito. Una formula efficace, insomma, per far riflettere i lettori sul fatto che i libri non si traducono da soli.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 novembre 2013 da in Categoria, Numero 6.

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