Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Which is which

(di Laura Tasso)

Di padre in figlia, maneggiando le stesse parole.

Una telefonata e si apre davanti a me l’opportunità che da sempre speravo e che mai ero riuscita a cogliere: ristampano una traduzione di mio padre e, considerando i decenni trascorsi, chiedono a me di revisionarla per eliminare le espressioni ormai desuete.

Logica vuole che accetti perché, per la prima volta, avrò la possibilità di confrontarmi con lui nel lavoro: non che ci sia molto da confrontare, visto che io mi occupo prevalentemente di saggistica, ma per me è una sorta di sfida, un’iniziazione alla narrativa sotto la sua guida, e devo ammettere che la cosa mi fa un certo effetto.

Quando mio padre se ne è andato ero troppo piccola per comprendere bene quello che faceva: sapevo che traduceva, che leggeva moltissimo e varie volte ho cercato di ritrovarlo prendendo in mano la sua vecchia Olympus o leggendo i “suoi” libri, ma è la prima volta che devo valutare e giudicare da professionista il suo lavoro.

Mi rendo perfettamente conto che per me sarà un compito difficile: sono emotivamente coinvolta, ma devo restare distaccata.

Il testo è Un letto di tenebre di William Styron, un libro decisamente non facile e molto coinvolgente.

Prima di cominciare leggo qua e là per capire meglio dove dovrò intervenire, e capisco che la traduzione funziona ancora benissimo ad eccezione dell’ormai desueto “ella”, che al giorno d’oggi proprio non si usa più e, nel caso specifico, rischia di confondersi con la domestica Ella, uno dei personaggi del romanzo.

Mi metto al lavoro: il fedele Mac, l’iPad con il testo originale, il dizionario elettronico e la pagina di ricerca di Google sempre aperta. E subito mi rendo conto della diversità delle condizioni di lavoro fra me e lui. Ho davanti a me il suo dizionario, un Concise Oxford del 1954. L’altro, quello inglese-italiano, è ormai da tempo in pensione dopo il mio uso smodato durato decenni. E mi pongo subito la domanda di come facesse lui senza tutte le risorse che ho a portata di mouse. Noi traduttori del 2013 diamo per scontate troppe cose, cerchiamo il pelo nell’uovo – e talvolta lo troviamo grazie a Google o ai colleghi –, teniamo sempre accanto alla scrivania i testi di consultazione, ma ne facciamo un uso moderato.

Se devo essere sincera non mi sembra di lavorare, ma di imparare. Certo il libro non è semplice, e spesso mi soffermo su giri di frase che, ammetto, mai sarei riuscita a rendere con la stessa intensità. Per me la grossa difficoltà è inserire talvolta qualche pezzetto di frase che manca senza sciupare il ritmo: desidero infatti che il mio intervento passi il più possibile inosservato, sia per lasciare la scorrevolezza originale, sia perché non voglio che sembri una pezza messa lì per caso.

Spesso ho trovato frasi che, già in inglese, erano palesemente citazioni. In quei passi l’intervento è stato necessariamente più “pesante” e, devo ammettere, sono stati quelli che mi hanno dato più da fare. Erano brani tratti dalla Bibbia, da Shakespeare, da poeti inglesi del Settecento semisconosciuti, almeno a me. È palese che sono stati tradotti da mio padre anche se sono certa che, come me, si sia reso perfettamente conto che non si trattava di parole di Styron. Naturalmente, essendo un testo di narrativa, mancava qualsiasi riferimento alla fonte originale e, in quei casi, ho potuto toccare con mano come il passare degli anni abbia modificato il nostro modo di lavorare. Con Google ho cominciato una sorta di caccia al tesoro, quasi sempre con successo ad eccezione di qualche poeta inglese mai tradotto in italiano. Come era possibile negli anni Cinquanta risalire a queste fonti? Non c’era modo, a meno di non avere una cultura realmente profonda. Decontestualizzati com’erano, anche ammettendo di identificare la provenienza, ci sarebbero voluti giorni e giorni di ricerche, di viaggi in biblioteca, di letture di interi testi alla ricerca del frammento citato: impossibile!

A poco a poco mi sono fatta strada nel mondo di Styron, in un’America che non esiste più e in sentimenti che restano eterni, ho potuto realmente toccare con mano il lavoro di mio padre e per me è stato quasi come dialogare con lui in una sorta di dibattito a distanza: spero solo che il lettore non sia in grado di distinguere le nostre voci o, per parafrasare Orwell, “to say which is which”.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 novembre 2013 da in Categoria, Numero 6.

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