Strade Magazine

La rivista di STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali

Sorriso filiforme supertemporale – Carter 2013 raccontato da chi c’era

Sculpture filiforme supertemporelle

(di Anna Rusconi)

Forgiare. Piegare. Aumentare oppure sezionare. All’infinito. La materia filiforma del… Un momento: filiforma? Materia filiforma? Esiste? Si può dire?

Vado a controllare, ma lo so già. No, filiforma non si può dire perché non esiste. Infatti il correttore di Word me lo bisciola subito in rosso. Però mi bisciola anche bisciola, eppure sono abbastanza sicura che esista e che si possa dire. Anzi, per essere precisa sono abbastanza sicura che si capisca, che in effetti è una cosa diversa. Chi è senza bisciola, scagli la prima gomma. Però controllo anche questo: bisciola. Anzi, lo googlo. (L’ho scritto apposta, volevo vedere se, e la risposta è sì: bisciolato pure googlo. Perché sono solo all’inizio e già sento il mondo sgretolarmisi intorno?) Comunque sia, googlo bisciola e mi escono paginate di quei dolci tipici valtellinesi. Ma certo, le bisciole! Ecco perché mi suonava. Che roba è? Be’, giusto, se uno non conosce la bisciola, dolce è troppo generico. Un affare tondo come un panettone ma basso, tipo il pandolce genovese. Per chi conosce il pandolce genovese, ovvio. Che poi a cercare bene su Google Immagini la trovi anche in versione oblunga, tipo filone di pane. Toscano. Quello lo conoscono tutti. E ha dentro la frutta secca. La bisciola, dico. Quel dolce valtellinese che ha un nome che tutti capiscono che potrebbe anche essere la terza persona singolare del verbo bisciolare, nel senso di sottolineare in rosso un termine o una frase ortograficamente, grammaticalmente o sintatticamente scorretti. Chiaro, no?

Allora forse anche filiforma hanno pensato che tanto si capiva. Perché di sicuro non è un sostantivo tipo cassaforma, nemmeno con funzione aggettivale, fin lì ci arrivo anch’io. Qui filiforma è un aggettivo fatto e finito, punto. Qui nel cartello. Nella foto che ho inserito in apertura. Comunque anche se non esiste si capisce che è un aggettivo perché sta vicino a materia, che è un sostantivo femminile, e il parlante, anzi, lo scrivente invece è uno straniero: anche questo si capisce. Francofono, per la precisione. Allora ha solo sbagliato vocale. La forma è invariata e l’errore fa quasi tenerezza. Va bene, dài: perdonato. Che poi magari l’errore è di chi gli ha stampato il cartello. Andava di fretta e non se n’è accorto, poi, una volta piantato, qualcuno gliel’ha fatto presente, ma ormai la mostra era aperta e una fretta tira l’altra, dopo, ci penso dopo, stasera, domani… e poi ciao, poi anche l’errore è diventato parte supertemporelle dell’installazione supertemporelle e…

 

E poi il 31 ottobre 2013 arriviamo noi, i supereroi della parola creativa, della correttezza lessicale, grammaticale, sintattica, deittica, metrica, semantica, retorica, lessemica, morfemica, fonemica, sintagmatica, prosodica, prosopopeica, allitterativa, ipotattica, paratattica e oserei dire anche un po’ stratosferica e paracula. Mica tanto filiforma, ma abbastanza paracula. (Bisciola e ri-bisciola.) Arriviamo. E siamo tanti. Abbastanza tanti, via.

Quindici.

Uno sfrangimento di vocabolari (bisciola, ma si capisce) mostruoso! A tutto tondo. Attento a dove metti il computer, a come guardi, a come leggi, a come ascolti, a come parli, a come scrivi, a quello che dici ma anche a quello che non dici, a come lo dici e a come lo taci, a in che senso lo dici, a perché non lo dici, a da che prospettiva lo dici o lo taci, a perché lo dici a chi proprio adesso, in questo registro e con queste parole… Un bel rischio, chiudere per tre giorni un branco di traduttori in una villa stile eclettico piemontese circondata da un bellissimo parco, con fuori l’autunno, la nebbia, gli irti colli e anche un po’ di piovigginando sale. Manco la Christie ci caverebbe facilmente i piedi. La Agatha, dico, con le sue trame diaboliche e ingegnose. Ma quella stava in Inghilterra, sapeva un tubo del biellese. Eppure un certo rapporto con i traduttori ce l’ha avuto anche lei. Un legamino filiformo, diciamo. Altrimenti sai quanti la conoscevano adesso, qui da noi. In Itaglia.

Questo per arrivare a dire che d’accordo lo sfrangimento di vocabolari, d’accordo il guarda dove metti i piedi, ma non è che noi traduttori siamo proprio come le mosche, che Once God made the fly, and then forgot to tell us why. Ma chevvelodicoaffà, proprio a voi che, modestamente, traduttori lo nasceste quasi tutti, e quel senso di impotenza e di vertigine dato dal travaglio espressivo vi è di molto familiare, e del piacere perverso di non trovar mai requie vi nutrite. Se un giorno vi rivolterete nella tomba, insomma, ci sarete già più che abituati, perché non avrete fatto altro per tutta la vita: rivoltare e rivoltare e rivoltare. Speriamo solo che non vi infilino uno svarione nell’epitaffio. (Ho finito, togliete le manine di lì.) Quindi bóna (reg. emiliano), io mi sono presa i miei cinque minuti di pausa dal lavoro, magari anche voi, e adesso basta con questa pagliacciata.

 

Però una cosina, una cosina-ina-ina-ina vorrei raccontarla lo stesso. Perché io quella foto all’inizio non ce l’ho mica messa per caso. E non l’ho neanche scattata per caso. E non è stato un caso nemmeno che di tutti i cartelli dell’installazione itinerante di cadres supertemporelles di Roland Sabatier ne abbia fotografati solo due. E che questo qui mi abbia dato lo spunto. Sul momento era talmente filiforme, lo spunto, che non l’ho neanche colto bene. È stato più un istinto a dirmi di fermarmi, a farmi leggere e rileggere il cartello, a farmi decidere di stare al gioco. Sabatier, lettrista e fautore dell’art infinitésimal, autotraducendosiinvita il pubblico a “forgiare, piegare, aumentare oppure sezionare all’infinito la materia filiforma” del suo quadro, cioè il pezzo di comunissimo fil di ferro ricoperto di plastica verde che da due buchi grossolani spunta sotto la scritta. Ce l’abbiamo avuto fra le mani tutti un sacco di volte, un pezzo di fil di ferro così. E ci abbiamo pure giocherellato, ne sono sicura. Però l’invito di Sabatier arriva come un imperativo a cui è difficile sottrarsi. “Su, su, lavoràtelo all’infinito, come più vi piace, create quadri supertemporali!” Chissà se intendeva supertemporaire, cioè supertemporanei, o proprio supertemporali. Io, che traduttrice sono ma non francesista, sui due piedi ho pensato a supertemporanei: effimeri, passeggeri, mutevoli, transeunti. In effetti però quelle interazioni erano anche supertemporali: sopra il tempo, oltre il tempo, fuori dal tempo. Insomma, erano e basta. Per un momento o per sempre, non importava. Erano gioco. Un’arte infinitesimale.

 

Quel giorno dunque a devastare la calma perfetta di Sordevolo arriviamo noi, quindici traduttori armati fino ai denti, dal computer alla merendina, insieme a una giovane scrittrice angloindiana, Janice Pariat, fornitrice di alcune pregiate sculture in fil di ferro verbale da rilavorare: originali per quindici rimodellatori. In quella straordinaria cornice architettonica supertemporale che è Villa Cernigliaro, Roland Sabatier fuori e Janice Pariat dentro ci offrono la loro materia filiforme da forgiare, piegare, aumentare oppure sezionare all’infinito e noi li ricambiamo con la nostra disponibilità a lasciarci coinvolgere in un gioco dal tono imperativo che ci gioca mentre lo giochiamo, che ci conduce mentre lo conduciamo.

Credo che tradurre sia l’attività più praticata in tutti e tre i regni naturali. Riceviamo e trasformiamo incessantemente impulsi, segnali, stimoli, sostanze, idee, sensazioni, e per il novantanove per cento del tempo non ce ne rendiamo nemmeno conto. Chi respira è un traduttore. Chi mangia. Chi corre. Un operaio è un traduttore. Un mistico è un traduttore. Uno scienziato è un traduttore. Un bambino, un malato, un artista sono traduttori. Un torturatore. Un depresso. Un daltonico. Un essere vivente è, per definizione, un traduttore. Noi traduttori in senso stretto siamo quindi solo traduttori al quadrato, e quel che facciamo è ritradurre in un’idea di prodotto il prodotto di un’idea già tradotta. Sembra una faccenda seria e complicata, e lo è, però è anche facile e naturale.

Viviamo, noi traduttori, affacciati su un vertiginoso panorama composto da un numero di possibilità di per sé inarrivabile, ma nel concreto ciascuno di noi ne ha a disposizione un numero molto più limitato e gestibile. A volte così limitato da diventare frustrante. Di solito giochiamo da soli. A Carter invece si gioca in tanti. In tanti, ma non in troppi: si cerca di raggiungere la massa critica e di fare il salto qualitativo. A quel punto le possibilità cominciano a intrecciarsi e a moltiplicarsi virtuosamente, a diventare generose e generative. Filiformi e passeggere, ma anche tangibili e afferrabili, e sempre e comunque superabili, modificabili, riplasmabili, rinnovabili. Mai esclusive. Il gioco, si sa, è la cosa più educativa del mondo, e Carter aiuta a fare squadra e a essere un po’ più liberi e fantasiosi, un po’ meno chiusi ed egoisti.

A casa ciascuno di noi si cimenta con la propria scultura filiforme supertemporale, e per prima cosa deve crederci: credere che in generale il gioco sia giocabile, che avvicinarsi moltissimo, ma sempre e solo a modo proprio, a una certa idea originale sia possibile, e crederci fino in fondo. Però non deve commettere l’errore di crederci troppo. Perché l’originale è solo uno, supertemporale e in fondo supertemporaneo pure quello, e se si esagera questo gioco solitario diventa prigione, soperchieria, dittatura. A Carter si gioca tutti insieme, tutti a partire dal medesimo originale, e lo sforzo è credere che ce la si possa fare lo stesso: a trasformare — forgiando, aumentando o sezionando, come un corpo articolato ma compatto — quella scultura filiforme e personale in un’unica scultura collettiva. Sempre filiforme. Sempre supertemporale. Giocare insieme è doppiamente educativo. Aiuta a superare i propri limiti e ad aprirsi all’impensato, che poi spesso è solo il pensato di un altro. A non prendersi troppo sul serio. A crederci il giusto. A non finire in prigione, insomma.

A Carter 2013, dentro e fuori Villa Cernigliaro, per tre giorni quindici traduttori italiani hanno dunque giocato come matti a mosca cieca, a ce l’hai, a fuochino, presentandosi a pranzo e a cena tutti rossi e scarmigliati, un po’ in ritardo e con le mani sporche, gli occhiali per traverso e i ginocchi sbucciati, stanchi ma felici, vocianti come bambini che per ore avevano fatto fino in fondo il loro mestiere: giocare seriamente, molto seriamente, credendoci completamente ma mai troppo. E ogni sera Janice li ha messi a letto e gli ha rimboccato le coperte come una mamma premurosa e soddisfatta, dopo averli osservati mentre si lanciavano nell’ultima partita a nascondino e, soprattutto, dopo averli liberati tutti, uno per uno. Ogni sera, i quindici piccoli traduttori si sono addormentati ridacchiando. (Una volta uno anche vomitando, ma ai bambini succede.)

 

Quella nella foto è una delle mie sculture filiformi e supertemporali. Ho forgiato la materia a mio piacere, poi l’ho lasciata lì, a Villa Cernigliaro, perché continuasse a giocarci qualcun altro. Chissà che cos’è diventata dopo. Adesso però capisco come mai mi è venuto fuori un sorriso. E perché sono partita più leggera di come ero arrivata. Perché Carter fa bene alla salute, mica solo alla traduzione.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 13 aprile 2014 da in Compagni di strade, Ferri del mestiere.

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